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La rete è un meraviglioso laboratorio di legami e di saperi, uno strepitoso strumento di giustizia sociale conoscitiva ma, nel suo discorso pubblico, alimenta semplificazioni e il suo stesso linguaggio formale, pollice in su o in giù, rimanda a banalizzazioni esasperate, ad un mondo di tifosi in cui lo spazio per la razionalizzazione e la costruzione si fa più esile. Tutto tende ad essere corto, emotivo, estremo. Proprio quando avremmo più necessità di pensieri lunghi, di progetti grandi, di tempo per realizzarli.

Walter Veltroni, Il riformismo può salvare l’Italia. Ecco i punti del cambiamento, in La Repubblica, 26 agosto 2011.

Di fronte a tanta perizia ortografica serve aggiungere altro?
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Il 3 marzo 2010, in un mio precedente intervento, avevo evidenziato le modalità mistificatorie con le quali i politici italiani avevano accolto la notizia del superamento del giudizio di ammissibilità del ricorso dell’Italia dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), in merito alla ostensione del crocifisso nelle aule della scuola pubblica.

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Una scossa all’economia?

Nel suo delirio postribolare, il satrapo di Arcore dispensa lettere al Corriere della Sera e videomessaggi – in stile Bin Laden – al TG1. E, così, scopriamo che, per dare una scossa all’economia italiana, occore riformare l’art. 41 della Costituzione delle Repubblica. Nessuno  di noi si era mai accorto di qual genere di zavorra fosse l’art. 41, ma – a quanto pare – in esso sarebbe sancita l’illiberale formula in virtù della quale l’iniziativa economica sarebbe consentita soltanto negli angusti limiti di ciò che la legge espressamente permette. Al contrario, con l’auspicata riforma, l’art. 41 introdurrebbe il principio liberale secondo il quale è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato.

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