“Sono imbarazzato da tutta l’importanza che mi viene data”, dice subito, prima di ricostruire puntigliosamente i fatti. Racconta di aver analizzato la situazione di Telecom e di aver prodotto uno studio “molto artigianale” insieme con un amico che si occupa di telecomunicazioni e di averlo in seguito inviato a Tronchetti Provera. “Lo avevamo solo io e lui”, aggiunge. In un ulteriore colloquio, prosegue il racconto di Rovati, il numero uno di Telecom dice di apprezzare lo studio, ma “ha detto di essere focalizzato su altre questioni più importanti e mi ha anticipato, comunque, di non condividerne molti aspetti”. La vicenda sembra concludersi lì.
“Ora me lo ritrovo pubblicato interamente su due quotidiani – dice Rovati – Da qui nasce un polverone abbastanza indegno che serve a strumentalizzare per altri fini un’idea molto artigianale”. Il consigliere di Prodi si difende e spiega di aver inviato quel piano perché “come cittadino e come utente, la cosa che mi sta a cuore è che la rete pubblica sia tutelata da possibili incursioni. Se avessi avuto intenti coercitivi o se fossi la pedina di un complotto – sottolinea – sarebbe stato da stupido o da cretino mandare lo studio al diretto interessato. Non ho intenzione di condizionare nessuno”.
Ma soprattutto il consigliere economico del presidente del Consiglio ribadisce l’estraneità di Prodi e assicura: “Io solo ero informato, Palazzo Chigi non conosceva questo dossier”. Infine, il dispiacere, che neppure l’atteggiamento o l’espressione riescono a nascondere, per l’intera vicenda: “Mi dispiace che questa roba qui, che è una buffonata, sia stata strumentalizzata per altri obiettivi”.
Ammesso e non concesso che Prodi non ne sapesse nulla, ci sono alcuni punti piuttosto oscuri, che, indubbiamente, destano perplessità.
Intanto, l’amico con cui Rovati ha elaborato il suo “studio artigianale” non somiglia affatto ad un artigiano. Si tratta, infatti, di Claudio Costamagna, advisor di Rupert Murdoch e uno dei papabili per la presidenza della Cassa Depositi e Prestiti (la società a controllo statale a cui – guarda un po’ – lo “studio artigianale” mirava ad attribuire il dominio della rete telefonica fissa).
In seconda battuta, lascia esterrefatti la circostanza che un simile “studio artigianale” – pur presupponendo lo studio della situazione economico-finanziaria di un gruppo colossale come Telecom Italia – sia stato compiuto gratuitamente. In un contesto in cui nessuna prestazione intellettuale è gratuita (e men che meno le consulenze di questo genere) appare francamente incredibile che taluno si impegni in una simile operazione a titolo gratuito (a meno che la “retribuzione” per il lavoro svolto non fosse costituita da qualcos’altro).
Infine, è esecrabile l’uso per affari eminentemente privati della carta intestata della Presidenza del Consiglio dei Ministri – sempre che il presidente del consiglio fosse davvero all’oscuro di tutto. In questo caso, a mio modestissimo parere, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma dovrebbe, senza indugio, iscrivere il nome di Angelo Rovati nel registro degli indagati. L’art. 314 cod. pen., infatti, prevede che “il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilita’ di denaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria, e’ punito con la reclusione da tre a dieci anni“. Visto che il Rovati si è appropriato della carta intestata con impresso il sigillo della Repubblica (e, dunque, di cosa mobile altrui, di cui aveva disponibilità per ragioni d’ufficio) per trasmettere – al di fuori del quadro di funzioni che gli erano state assegnate – i suoi “studi artigianali” al presidente di un colossale gruppo societario privato, sarebbe forse il caso di essere seri ed applicare la norma testè richiamata.
Sempre che il presidente del consiglio non ne sapesse davvero nulla…