In Italia il giornalismo di inchiesta – a differenza di quanto accade nei paesi anglosassoni, ad esempio – è una rarità. Ma è una rarità talmente scocciante – giacché svela retroscena non commendevoli e smaschera situazioni putrescenti in molti settori dell’economia e della società – che sarebbe auspicabile un suo ulteriore ridimensionamento. Anzi! una sua eliminazione. Non essendo possibile un intervento legislativo si cerca di ottenere lo stesso risultato per altra via.
E, del resto, allorché – nella scorsa primavera – si erano messe in piazza le ributtanti abitudini sessuali-ricattatorie di personaggi come Salvatore Sottile e Vittorio Emanuele di Savoia, non tardò ad intervenire l’Autorità garante della tutela dei dati personali, con un provvedimento restrittivo della libertà di stampa. Quanto meno, tuttavia, in quel caso, il provvedimento era giustificato dalla presenza di interessi obiettivamente in conflitto tra loro: quello della libera informazione e quello della tutela dell’intimità delle persone.
L’imbarazzante silenzio dei politici, delle associazioni di categoria (della magistratura e della stampa) e delle autorità istituzionalmente competenti, che dal mese di agosto è calato sopra quello che potremmo definire “affare Bonini” dà la misura del modo in cui in Italia viene trattata quella libertà che già Mill (”On liberty”) considerava architrave della democrazia.
Senza libertà di informazione, infatti, la democrazia si riduce a mero simulacro.
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Da “La Repubblica” del 20 settembre 2006.
Escalation inquietante
Dopo più di un mese di sequestro, il computer di Carlo Bonini, reporter di Repubblica, è stato clonato nell’intera sua memoria ieri dalla Guardia di Finanza, su ordine della Procura di Brescia. Bonini, vale la pena di ricordarlo, non è imputato di alcun reato, ma testimone ascoltato e perquisito dagli inquirenti per aver trasmesso alla collega Cristina Zagaria di Milano una requisitoria di un Pubblico Ministero: un documento pubblico, e in quel momento già noto e divulgato dalla stampa, com’è stato rapidamente dimostrato.
Ma Bonini è anche l’autore, insieme con Giuseppe D’Avanzo, di alcune delle inchieste più delicate e importanti pubblicate in questi anni da Repubblica. L’operazione di ieri, significa che è stata clonata con la memoria fissa del computer di Bonini l’intera serie di documenti di lavoro, i link consultati su Internet, l’agenda telefonica, le mail inviate e ricevute, l’archivio, i materiali d’inchiesta e gli appunti, oltre a file personali e privati.
Poiché la Procura il 30 agosto aveva avuto piena, immediata (e inutile, vista la notorietà del testo) soddisfazione nella sua ricerca del percorso di un documento peraltro pubblico, le ragioni della testimonianza erano esaurite, secondo regola giudiziaria e comune buon senso. Ma il computer, nonostante avesse rivelato ciò che il mandato giudiziario cercava, è rimasto sotto sequestro per più di un mese. E ieri la Procura ha deciso di esorbitare dai limiti di legittimità del suo mandato specifico, clonando senza giustificazione il computer intero del suo testimone, come se cercasse nel mucchio qualcosa che non sa, e che dunque non ha la legittimità di cercare, nel materiale di lavoro di un cronista, dentro la documentazione privata di un cittadino. Il dottor Tarquini aveva vantato, un mese fa la sua opera di “chirurgia mirata”. Sulle qualità chirurgiche del Procuratore capo di Brescia non abbiamo elementi di giudizio: sulla mira, solleviamo qualche dubbio.
L’intera operazione è inquietante nel suo mix di approssimazione e di intimidazione. L’intero lavoro di Bonini, i suoi contatti, i suoi scambi epistolari, i materiali dov’è archiviata buona parte dell’inchiesta giornalistica che tanto ossessiona il Sismi, sono ora in mani altrui, senza un’ipotesi di reato che giustifichi l’appropriazione. In più, la privacy di un cittadino è violata platealmente senza alcuna motivazione: che ha da dire il Garante?
Bonini e D’Avanzo, come ha documentato la Procura di Milano, sono stati spiati illegalmente per il loro lavoro dal Sismi, che li ha pedinati e intercettati fuori da ogni autorizzazione e fuori dalla legge. Ora un loro computer è clonato. È come “bruciare” le fonti, avvertendo di non parlare con i cronisti, di non incontrarli, di non scambiare messaggi. Ecco perché l’allegro chirurgo incide concretamente sulla libertà di stampa. Ed ecco perché la risposta di Repubblica è un impegno accresciuto nel portare avanti fino in fondo il lavoro d’inchiesta dei suoi reporter.
La direzione di Repubblica