Accompagnato da Gianni Sanjust (clarinetto), Riccardo Biseo (piano), Giorgio Rosciglione (basso) e Gegè Munari (batteria), Lauzi ha dato vita ad una serata densa di musica e ricordi. Oltre, infatti, a reinterpretare – talvolta con un filo di voce, ma sempre perfettamente intonata – molti standard della tradizione americana, l’artista genovese ci ha mandato in sollucchero con deliziosi intermezzi di prosa, con il suo talento di irretire il pubblico – non certo un pubblico facile, quello di Villa Celimontana – con divagazioni, le più varie: dalla sua giovinezza, trascorsa con il compagno di scuola Luigi Tenco, alla musica in generale.
Dopo aver intrattenuto – e non uso, certo, il verbo intrattenere in senso deteriore – il pubblico (l’anfiteatro era, incredibilmente, pieno) per circa due ore, Giampiero Rubei, deus ex machina della rassegna romana, lo ha pregato di cantarci Ritornerai. Lauzi ha opposto un rifiuto categorico, spiegando che era venuto lì per suonare e cantare musica jazz, non per fare del pop! Poi, dopo mille insistenze di Rubei, a “furor di pubblico” è stato “costretto” ad improvvisare il brano (sul punto non ci son dubbi: ha dovuto suggerire a Biseo – che lo accompagnava al piano – gli accordi della canzone, che, evidentemente, non era neppure stata provata per caso).
Una lunga standing ovation ha salutato il musicista genovese, che – per tutta risposta – ha apostrofato il pubblico in piedi con un’arguzia unica: “se volevate dimostrare di essere tutti più alti di me… ci siete riusciti!”
Era visibilmente malato, emozionato, stanco… ma – nonostante gli avessero predisposto una specie di trono lì, al centro del palco – lui non si è mai seduto.
Una serata che mi ha dato occasione di conoscere aspetti a me ignoti di Bruno Lauzi, che ritenevo, riduttivamente, fosse solo l’autore ed interprete di Ritornerai e Il Poeta e successivamente interprete di alcune grandi canzoni di Paolo Conte e di Lucio Battisti.