1. Dopo la discussione di ieri al Senato si possono svolgere alcune considerazioni sul “caso Speciale”, giacché il ministro Padoa Schioppa ha indubbiamente ragione quando sostiene che non possono essere gli alti funzionari della pubblica amministrazione, delle forze armate o dei corpi di polizia giudiziaria a dettare la linea al governo di un paese. Perciò, laddove manchi la necessaria fiducia tra il governo (democraticamente in carica) e tali alti funzionari, ad andarsene devono essere questi ultimi, non certo il primo. La vicenda Speciale, tuttavia, assume tutt’altra luce, in virtù del particolare coinvolgimento di larga parte della segreteria del maggiore partito di sostegno del Governo Prodi – i DS – nel caso UNIPOL.
2. Sinteticamente (e semplificatamente) il caso UNIPOL, per chi non lo ricordasse, ha riguardato una spregiudicata operazione finanziaria di acquisizione di una importante fetta del mercato bancario da parte della COOP, anche se per interposta persona giuridica. Infatti UNIPOL, controllata dalla COOP, avrebbe tentato la scalata alla BNL e, se fosse riuscita nell’intento di acquisirne il controllo, per effetto delle dinamiche delle società a grappolo, la COOP avrebbe di fatto controllato la BNL.Nell’operazione si intrecciavano profili di indubbia inopportunità e di illiceità. Inopportunità, giacché l’istituzionale scopo mutualistico di una cooperativa mal si presta ad operazioni di alta finanza… poco mutualistiche; illiceità, giacché due alti dirigenti della UNIPOL – tali Consorte e Sacchetti (già alti dirigenti della COOP, vicini ai DS) – si sarebbero messi in tasca svariati milioni di euro, con operazioni di aggiotaggio e manipolazioni del mercato. Il tutto con la complicità ed il finanziamento del boss della Banca Popolare di Lodi, Giampiero Fiorani, e del finanziere Chicco Gnutti. Insomma, in due parole, la scalata alla BNL si sarebbe dovuta attuare con la benedizione (vista la loro vicinanza ad un “certo” mondo cattolico, è proprio il caso di dirlo) dei cosiddetti “furbetti del quartierino” e dell’allore governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio (amico intimo di Fiorani e frequentatore assiduo delle gerarchie vaticane).
In tutta questa vicenda ha rivestito un ruolo particolare anche l’attuale ministro degli esteri, Massimo D’Alema, il quale è amico di vecchia data di Giovanni Consorte ed i colloqui telefonici tra i due sono stati al centro di indiscrezioni giornalistiche per tutta l’estate del 2005. D’Alema ha sempre minimizzato – “Consorte e io siamo amici da 25 anni, non è reato, ci siamo sentiti per dirci dove saremmo andati in vacanza… (Le cooperative rosse e Unipol) sono quasi una riserva di etica protestante” (Corriere della sera, 3 settembre 2005) - ed ha sempre lodato l’operato dei vertici UNIPOL.
3. Ciò detto sulla vicenda UNIPOL, e sulle lodi tessute da Visco, Amato e D’Alema, su Consorte e Sacchetti… si può ancora ritenere che la richiesta di trasferimento dei vertici lombardi delle Fiamme gialle e poi il conflitto che ne è derivato con il generale Speciale siano fondati sull’esigenza (legittima) di riorganizzare, in modo più confacente alle esigenze del Governo, l’organigramma della Guardia di Finanza?
Si può. Anzi, si potrebbe. E il condizionale, qui, è d’obbligo, visto che il gioco dei trasferimenti dovrebbe essere improntato a criteri di imparzialità, trasparenza e buon andamento della pubblica amministrazione (secondo la dizione dell’art. 97 Cost.). Ma è proprio questa trasparenza che è completamente mancata nell’attività di Visco. Ed anzi, le accuse rivolte oggi al generale Speciale da Tommaso Padoa Schioppa (suggerite, in qualche modo, da Eugenio Scalfari e Giuseppe D’Avanzo dalle colonne di Repubblica), suonano ancor più grottesche e suscitano un interrogativo inquietante. Ma se il Governo riteneva che il generale Speciale fosse autore di una serie non piccola di irregolarità e violazioni di legge, con quale animo ne aveva disposto il trasferimento al supremo organo di controllo delle attività pubbliche qual è la Corte dei Conti?
Sul punto, al di là della tenuta (tutta politica) della maggioranza, il Governo non è riuscito a convincere. E Visco avrebbe dovuto lasciare l’incarico di vice ministro per sottoporsi serenamente all’accertamento delle proprie responsabilità (se ne ha).
Contrariamente a quanto scompostamente si sostiene dai banchi della Destra, non ritengo che vicende simili possano costituire di per sé un vulnus alla democrazia. Vero è, invece, che l’atteggiamento di Visco (e dell’intero Governo Prodi) – non evidenziando alcuna differenza rispetto al precedente Governo, che ha difeso a spada tratta e con atti concreti (ad esempio, la legge Cirielli) un personaggio come Cesare Previti – contribuisca alla crescita del qualunquismo. I cittadini sono portati a pensare che, nonostante l’alternanza di Governo, non vi sia alcuna differenza, né di forma nè di sostanza, tra Destra e Sinistra. Ed un simile pensiero – sottilmente pervasivo – rischia di incarnare, in qualche modo, il tramonto della democrazia.