“Le verità che contano, i grandi principi, alla fine, restano sempre due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino” (E. Biagi).Stamattina, a Milano, è morto Enzo Biagi. Era rimasto il “penultimo” – visto che, oramai, l’ultimo è Giorgio Bocca – dei grandi giornalisti italiani che abbiano avuto diretta esperienza, per avervi partecipato attivamente, della vicenda del Ventennio fascista, della Resistenza e della edificazione della Repubblica italiana.
Ne ho seguito ed apprezzato per anni gli “Annali”, la rubrica tenuta fino a non molto tempo fa su L’Espresso. E lo ricordo – io ero poco più di un bambino – nelle garbate, ma non per questo meno acute, conduzioni televisive degli anni settanta e ottanta. Ho avuto modo di apprezzarlo molto meno come scrittore di libri di successo (visto che l’unico che ho letto – Quante donne – mi ha sommamente annoiato).
Pur senza essere brillante alla maniera dell’inarrivabile Indro Montanelli o burbero ed aggressivo come Giorgio Bocca, Enzo Biagi aveva uno stile pacato, fatto di frasi brevi, dalla costruzione semplice, quasi elementare. Il suo punto di forza, la sua grandezza, era costituita – a mio modestissimo parere – dai contenuti sempre improntati all’ammaestramento morale verso la tolleranza ed il rispetto degli altri. E, in un certo qual modo, la sua stessa, bonaria, figura forniva una visibile rappresentazione dei suoi principi etici.La breve frase che ho posto all’inizio di questo post è, se si vuole, un esempio del suo modo lineare di esprimere una verità profonda e trascurata. Quella frase bisognerebbe ricordarla sempre alle madri, affinché insegnino ai loro bambini – con semplicità e più con l’esempio che con vane chiacchiere – ciò che davvero conta, ciò che davvero vale la pena di essere vissuto come valore portante di una intera esistenza.