Nel suo delirio postribolare, il satrapo di Arcore dispensa lettere al Corriere della Sera e videomessaggi – in stile Bin Laden – al TG1. E, così, scopriamo che, per dare una scossa all’economia italiana, occore riformare l’art. 41 della Costituzione delle Repubblica. Nessuno di noi si era mai accorto di qual genere di zavorra fosse l’art. 41, ma – a quanto pare – in esso sarebbe sancita l’illiberale formula in virtù della quale l’iniziativa economica sarebbe consentita soltanto negli angusti limiti di ciò che la legge espressamente permette. Al contrario, con l’auspicata riforma, l’art. 41 introdurrebbe il principio liberale secondo il quale è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato.
Se così fosse, sarei il primo a sottoscrivere un simile progetto di riforma. Ma – tanto per cambiare – il Messia di Segrate, l’Unto del Signore, ha sparato l’ennesima balla.
Infatti, l’art. 41 della Costituzione della Repubblica italiana, nei suoi tre commi, attualmente dispone che:
L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
A parte l’ultimo comma – che, però, introduce la possibilità di limitare con la legge una libertà economica generale (traducendo in termini socialisteggianti il vecchio principio liberale in virtù del quale è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge) – l’art. 41 non inibisce in alcun modo la libera iniziativa economica (nè ha mai impedito all’economia italiana di svilupparsi e crescere liberamente, visto che è vigente in quella forma sin dal 1° gennaio 1948).
Perché, allora, tutto questo accanimento contro l’innocuo testo di un articolo della Costituzione?
Ho l’impressione che – pur volendo prescindere dall’idiosincrasia da sempre manifestata dal Puttaniere lombardo per il rispetto della Costituzione – la mira sia quella di dar l’impressione di avere approntato grandi progetti, resi vani dall’”irresponsabilità” delle forze politiche che sono all’opposizione e, in particolare, di quelle formazioni di centro (quelle che convergono verso il Partito della Nazione) e di destra (FLI), potenzialmente in grado di rubare consensi al PDL. Immagino che con questo ritornello lo Chansonnier del Bunga Bunga si sentirebbe in grado di recitare la parte della vittima e di poter entrare in campagna elettorale accusando gli avversari (quelli che nel frattempo non siano stati travolti dalle calunnie montate ad arte dai soliti giornalisti leccaculo) di disfattismo. La stessa proposta di riforme bipartisan lanciata a Bersani (che, incredibilmente, stavolta pare non aver abboccato all’amo!) era una simulazione: quando si fa una proposta, questa – per poter essere anche solo presa in considerazione – deve essere dotata di quei minimi requisiti di completezza che ne consentano il vaglio. Requisiti che la proposta Berlusconiana non ha (perché non ha alcun senso proporre di frustare il cavallo o di dare una scossa all’economia, senza dire quali provvedimenti si ritenga di dover adottare).
Ora, tornando alle ventilate riforme costituzionali dell’economia, nessuna riforma, neppure quella dell’art. 41, può essere realizzata senza una maggioranza solida ed ampia (che oggi, appunto, non esiste), giacché occorre superare l’ostacolo del procedimento “aggravato” di formazione della legge, previsto dall’art. 138 della Costituzione.
Tale procedimento impone alle Camere di approvare il medesimo testo di legge, non una, ma due volte, la seconda delle quali non prima del decorso di tre mesi dall’ultima approvazione. Per intendersi, immaginiamo che il testo di riforma venga approvato in prima lettura sia dalla Camera sia dal Senato. Occorrerà, dopo tre mesi dall’ultima approvazione, procedere ad una seconda approvazione di Camera e Senato. Pure ammesso che, per avventura, anche questa seconda approvazione avvenga senza difficoltà, la riforma costituzionale non sarà ancora pronta per entrare a regime, visto che perché ciò avvenga occorre che ciascun ramo del Parlamento abbia approvato il testo di riforma, in seconda lettura, con una maggioranza di almeno due terzi dei suoi componenti. In difetto di questa maggioranza qualificata sarà necessario attendere tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale del testo di riforma. Decorsi questi tre mesi la riforma entrerà in vigore, a meno che non venga richiesto – da un quinto dei membri di una delle Camere, da cinque Consigli regionali o da cinquecentomila elettori – un Referendum confermativo. In tale ultimo caso, gli elettori saranno chiamati a esprimere il loro voto di approvazione sulla riforma. E solo dopo il responso delle urne – sempre che la riforma sia ad esso sopravvissuta – il nuovo testo costituzionale entrerà in vigore.
Mi pare evidente, dunque, che – visto che un iter del genere non potrebbe concludersi prima di un paio di anni dal suo avvio – la proposta del Monopolista di lotta e di governo sia solo un pretesto. Una delle tantissime pagliacciate in cui questo venditore di fumo a domicilio si è saputo (sempre meno abilmente) esibire nel corso di questi diciassette anni. Solo che ora – con i suoi trucchi corrivi, volgari e prevedibili – non riesce neppure a farmi ridere.
http://vukicblog.blogspot.com/2011/02/e-pura-la-ministro.html
Un fotomontaggio semplicemente agghiacciante. Ma molto, molto efficace.
Grazie della segnalazione.