Il 3 marzo 2010, in un mio precedente intervento, avevo evidenziato le modalità mistificatorie con le quali i politici italiani avevano accolto la notizia del superamento del giudizio di ammissibilità del ricorso dell’Italia dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), in merito alla ostensione del crocifisso nelle aule della scuola pubblica.
Oggi mi pare utile tornare sull’argomento, in occasione della pubblicazione della sentenza resa il 18 marzo 2011, nel procedimento n. 30814/2006, dalla CEDU, con la quale viene accolto il ricorso della Repubblica italiana. La detta sentenza ha accolto il ricorso dell’Italia assumendo che il crocifisso sia un simbolo “passivo” (cioè non sufficiente, di per sé, a indurre forme di indottrinamento religioso) e che non vi sia alcuna prova di un’attività di indottrinamento (svolta nella scuola pubblica italiana) lesiva della libertà religiosa ed educativa. In ordine alla questione – sempre più frequentemente sbandierata dalla politica come un vessillo – del crocifisso come simbolo culturale identitario, la CEDU lo ha ritenuto assolutamente non decisivo, non essendovi unanime consenso sul punto e sottolineando che il crocifisso è soprattutto il simbolo del cristianesimo.
[...] The Court further considers that the crucifix is above all a religious symbol. The domestic courts came to the same conclusion and in any event the Government have not contested this. The question whether the crucifix is charged with any other meaning beyond its religious symbolism is not decisive at this stage of the Court’s reasoning.
There is no evidence before the Court that the display of a religious symbol on classroom walls may have an influence on pupils and so it cannot reasonably be asserted that it does or does not have an effect on young persons whose convictions are still in the process of being formed.
[...] The Court takes the view that the decision whether or not to perpetuate a tradition falls in principle within the margin of appreciation of the respondent State. The Court must moreover take into account the fact that Europe is marked by a great diversity between the States of which it is composed, particularly in the sphere of cultural and historical development. It emphasises, however, that the reference to a tradition cannot relieve a Contracting State of its obligation to respect the rights and freedoms enshrined in the Convention and its Protocols. As regards the Government’s opinion on the meaning of the crucifix, the Court notes that the Consiglio di Stato and the Court of Cassation have diverging views in that regard and that the Constitutional Court has not given a ruling [...]. It is not for the Court to take a position regarding a domestic debate among domestic courts. The fact remains that the Contracting States enjoy a margin of appreciation in their efforts to reconcile exercise of the functions they assume in relation to education and teaching with respect for the right of parents to ensure such education and teaching in conformity with their own religious and philosophical convictions.
[...] Furthermore, a crucifix on a wall is an essentially passive symbol and this point is of importance in the Court’s view, particularly having regard to the principle of neutrality (see paragraph 60 above). It cannot be deemed to have an influence on pupils comparable to that of didactic speech or participation in religious activities [...].
Mentre il contenuto della sentenza è stato riportato in modo sostanzialmente corretto sia dall’Avvenire sia dal Giornale – che hanno dato la notizia senza particolari trionfalismi -, leggo che l’On. Franco Frattini – ministro degli Affari Esteri della Repubblica italiana – avrebbe rilasciato la seguente dichiarazione: “Oggi ha vinto il sentimento popolare dell’Europa. Perchè la decisione interpreta soprattutto la voce dei cittadini in difesa dei propri valori e della propria identità”. Ed anche Radio Vaticana ha proclamato che “La vittoria oggi non è solo dell’Italia ma anche degli altri Paesi e di tutti coloro che ritenevano assurdo imporre la rimozione del Crocifisso dalle aule scolastiche”.
Ancora una volta urge una breve riflessione, visto che quella che agli occhi di Frattini (e di chissà quanti altri politici italiani) e di Radio Vaticana appare come una “grande vittoria”, a me sembra – al contrario – una grande sconfitta.
La CEDU, infatti, ha formulato due argomenti inequivocabili e fondamentali per l’accoglimento del ricorso promosso dall’Italia: il crocifisso è soprattutto un simbolo religioso (non avendo molta importanza se ad esso siano riconducibili ulteriori simbologie di tipo comunitario o identitario), ma la sua valenza simbolica è passiva. La prima affermazione smentisce sostanzialmente la posizione di Frattini (che, a sua volta, travisa il senso del crocifisso); la seconda affermazione colpisce al cuore proprio la Chiesa.
Se, infatti, al crocifisso fosse riconducibile una simbologia comunitario-identitaria, il significato religioso suo proprio – quello dell’universalità del messaggio cristiano – ne uscirebbe sostanzialmente negato. Di fronte all’universalismo cristiano, infatti, si porrebbe il particolarismo comunitarista ed identitario: due messaggi antinomici veicolati dallo stesso simbolo, rischiano di creare un corto circuito irrimediabilmente dannoso per la valenza semantica del crocifisso. Ma – ancora peggio – la definizione della croce come simbolo passivo è la prova della sua “volgarizzazione”. Perché il crocifisso diventa un oggetto che non è più in grado di svolgere la funzione (attiva) di proiettare un messaggio forte sull’osservatore, ma si limita (passivamente) a ricevere i significati (i più vari) che l’osservatore proietta (o vuole proiettare) su di esso. E questa passività lo espone a strumentalizzazioni. Non ultima, quello di farlo passare come simbolo dell’identità nazionale italiana.
Probabilmente, ha ragione Pedro Almodovar: il crocifisso è oramai un’icona pop. E, forse, rimuoverlo dalle aule scolastiche e dei tribunali potrebbe essere un buon inizio per riappropriarsi del significato profondo della simbologia cristiana. E, dunque, per salvare consapevolmente dalla deriva uno dei molteplici addendi del pensiero occidentale: l’etica cristiana.